Cosa è cambiato a 10 anni dalla strage di Rana Plaza?

da | Mag 1, 2023

Oggi primo maggio festa dei lavoratori in Italia, mi sembra doveroso ricordare la strage avvenuta in Bangladesh dieci anni fa quando il crollo di un edificio uccise 1134 operai che lavoravano in un’azienda tessile e perlopiù giovani donne. Ci chiediamo a dieci anni di distanza cosa sia cambiato in termini della tutela del lavoro in quel paese tanto distante da noi europei, ma che ci permette di comprare indumenti a basso costo:

la paga di un operaio varia dalla piccola impresa alla grande azienda da € 96 a €160 di cui un quarto se ne va per l’affitto della casa, e benché si dica che ci siano state delle iniziative atte a migliorare le condizioni di lavoro, le lavoratrici e lavoratori della moda vedono calpestato il diritto ad una giusta retribuzione e a garanzie assicurative sul posto di lavoro, e allo stesso modo la minaccia della perdita dell’unica fonte di sostentamento costringe loro all’accettazione di vere e proprie forme di lavoro forzato, di schiavitù sotto mentite spoglie. I colossi della moda fast fashion come H&M, Zara, Primark, Nike, Adidas esemplificazione di quell’industria che ha le sue radici nel colonialismo, dovrebbero cominciare a retribuire come da dovere, e mettere fine al ladrocinio che da sempre li rende colpevoli in un sistema che sfrutta e sottopaga i lavoratori oltre il limite dell’accettabile.

74 Anni fa e precisamente il 10 Dicembre 1948 fu emanata la Dichiarazione universale dei diritti umani all’Assemblea generale delle Nazioni Unite: l’artico 25

afferma che “Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà.

Eppure nel 2023 nel mondo sono 35 milioni le persone che vengono sfruttate nelle produzioni del tessile tra cui molti bambini.

Adesso sta a noi chiederci perché una t-shirt ci può costare soltanto € 5 e se davvero abbiamo bisogno di quella t-shirt e se c’è qualcuno che sta pagando con la propria salute il resto del costo di quella t-shirt.

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