Fin dal suo debutto sui social, il contenuto ha raccolto critiche su vasta scala: molti utenti lo hanno definito “inquietante”, “disturbante”, “scadente” e perfino “un disastro”. Scorrendo i commenti su Instagram, sono emerse accuse molto dure: «cheap», «lazy», «tacky», «AI-slop», espressioni che sintetizzano il fastidio di chi ritiene che una maison di alta moda non dovrebbe affidarsi a mezzi “facili” come l’IA
L’innovazione è fondamentale, ma nella moda non può sostituire ciò che rende un brand davvero desiderabile: identità, cultura visiva, artigianalità. Nel video diffuso da Valentino molti hanno percepito esattamente il contrario: un esercizio tecnologico che non dialoga con il DNA della Maison.
Il problema non è l’IA. Il problema è quando la tecnologia diventa un ripiego “efficiente” al posto di un’idea forte, di una visione creativa, di una narrazione autentica.
Il pubblico oggi è molto più attento di quanto crediamo: riconosce quando un’immagine ha anima e quando, invece, è solo un effetto speciale. E nel lusso, dove l’emozione è tutto, la distanza emotiva si paga cara.
L’IA può essere uno strumento straordinario, ma richiede direzione, sensibilità e coerenza. Altrimenti rischia di banalizzare proprio quei valori che i brand di alta moda dovrebbero proteggere.
Questa polemica, dunque, non è un attacco alla tecnologia: è un promemoria.
Il futuro della moda non dipende dall’IA in sé, ma dalla capacità di guidarla senza perdere la propria identità.

