Nel 2025 il sistema moda italiano entra in una delle fasi più difficili degli ultimi anni, con un peggioramento diffuso lungo tutta la filiera.
- Fatturato del comparto moda: calo stimato tra -2,7% e -3% rispetto al 2024
- Valore complessivo del settore: da circa 90 miliardi € (2024) a ~80 miliardi € (2025)
- Export: -4,4% nel primo semestre 2025
- Mercati extra-UE: fino a -9%
- Produzione industriale (abbigliamento, pelle, accessori): in contrazione costante
- Oltre 1.000 aziende della moda chiuse nel solo secondo trimestre 2025
- 18 negozi di moda chiusi ogni giorno in Italia
- Le realtà più colpite:
- piccole e medie imprese
- artigianato
- terzisti della filiera
Nel 2025 la moda italiana non sta vivendo una semplice flessione congiunturale, ma una crisi strutturale che riguarda il suo modello produttivo. Dietro il calo dei fatturati e delle esportazioni c’è un sistema che, negli anni, ha progressivamente indebolito la propria filiera industriale, privilegiando volumi e marketing a scapito della produzione.
Il Made in Italy è cresciuto come racconto, ma si è svuotato nella sostanza. La pressione sui prezzi ha messo in difficoltà artigiani e terzisti, le competenze si sono perse e il ricambio generazionale si è fermato. In parallelo, il settore ha inseguito il fast fashion sul terreno della velocità e del prezzo, rinunciando al proprio vero vantaggio competitivo: qualità, durata e valore.
A questo si aggiungono mercati internazionali più deboli e PMI lasciate sole ad affrontare export ed e-commerce. Anche la sostenibilità, spesso evocata come soluzione, rischia di restare solo comunicazione se non diventa trasformazione reale dei processi.
La moda italiana può ripartire solo cambiando prospettiva: tornare a essere industria prima che immagine, struttura prima che hype, valore prima che volume. Senza questo passaggio, la crisi del 2025 rischia di non essere temporanea, ma definitiva.
La crisi della moda non riguarda esclusivamente il settore di riferimento, ma coinvolge l’intero sistema Paese. La moda rappresenta una componente rilevante del PIL nazionale e contribuisce in modo significativo alle entrate fiscali dello Stato; di conseguenza, una sua contrazione incide indirettamente sulla capacità di finanziamento dei servizi pubblici e sull’equilibrio complessivo dell’economia nazionale.

